Elogio delle diversità

I tavolini all'aperto del Poechenellekelder

Se siete a Bruxelles, fate come tutti. Andate a vedere la statuetta del Manneken Pis, il bimbo di bronzo simbolo di questa città (a detta almeno delle guide). Un minuto vi basterà. Poi accomodatevi a un tavolino all’aperto del Poechenellekelder e godetevi la vista delle torme di giapponesi che sparano foto a raffica sul bronzetto urinante nemmeno gli fosse apparsa davanti una qualche star di Hollywood.

Voi invece rilassatevi perché siete in uno dei locali imperdibili della città. A patto ovviamente, che amiate la birra. Ma, se state leggendo queste righe, lo diamo per scontato. Il Poechenellekelder (si accettano scommesse sulla pronuncia corretta) lo si apprezza molto all’esterno, sotto il sole tiepido della capitale del Belgio. Ma l’interno riserva molte sorprese: dalle marionette appese un po’ da tutte le parti, alle casse di legno di birre trappiste, a tutta una serie di bric-a-brac che rendono l’atmosfera calda e accogliente.

Si apprezza tuttavia anche la carta delle birre che alterna nomi celebri a etichette quasi sconosciute ma che fanno del Belgio la vera Terra Promessa dell’appassionatobeerlover. Trappiste d’accordo, abbazia naturalmente, ma anche lambic e gueuze, saison e blond, dubbel e tripel. Una panoramica esaltante, corredata da una sottile ansia di non avere il tempo e le capacità per assaggiarle tutte, ma che ti fa capire in un lampo la vera forza della birra nell’essere una bevanda assolutamente interclassista, capace cioè di incontrare i gusti di tutti a prescindere dall’età, sesso, status sociale, etc… Insomma, una bevanda democratica in senso globale.

E lo si comprende ancora meglio guardandosi intorno tra i tavoli del Poechenellekelder. Non ci è mai capitato di vedere così tante bottiglie diverse al medesimo tempo e in uno stesso locale. Praticamente ogni cliente si beveva la sua birra, scelta non sappiamo se con cura o semplicemente a casaccio dalla lista, in completa e autogratificante autonomia. Una scena bellissima. Socializzazione (birraria) eindividualismo (decisionale) in perfetta armonia.

Soprattutto, la visione di una realtà birraria, quella belga, dove convivono brand dalla forte visibilità e brand ultralocali che tuttavia meritano di essere scoperti. Lasciando, per ora ma lo riprenderemo, da parte il discorso sulle bottiglie d’annata che in alcuni locali di Bruxelles fanno capolino per la gioia degli estimatori più accaniti o per i semplici curiosi di come una birra può maturare nel tempo. Adesso però restiamo sul discorso “diversità” che sicuramente in Belgio è favorito dalla presenza sul territorio di numerosissime aziende, ma che in parte potrebbe essere trasferito anche nella realtà italiana dove accanto alle birre che “tirano la volata” è bello poter trovare specialità meno diffuse, ma non per questo di minor qualità.

Saperle gestire e proporre è sicuramente uno sforzo in più che si chiede a un gestore. Ma la molteplicità dell’offerta, se comporta qualche rischio e qualche fatica, non è mai un impoverimento. Esattamente così come un mercato che vede diversi player in gioco non può mai essere un mercato statico. Per tutti, gestori e aziende, vale il detto (poco corretto in italiano, ma facilmente comprensibile): più siamo, più vinciamo…

PS. A proposito, la pronuncia corretta del Poechenellekelder è “Pushnellekelder”. In questo caso, però, non avete vinto nulla. wink

Testi a cura di Maurizio Maestrelli