A cena da Chez Alain

La copertina del libro di Alain Fayt

La cucina alla birra, traduzione letterale dal francese “la cuisine à la bière”, è argomento che, in Italia, avrebbe fino a qualche anno fa fatto strabuzzare gli occhi un po’ a tutti e sorridere sornioni gli chef tricolori. Di solito, chi voleva passare per esploratore di lungo corso, si lanciava in citazioni del tipo “ah sì, mi ricordo a Dublino le scorpacciate di ostriche e stout“, altri la buttavano sul modello bavarese “vuoi mettere uno stinco formato extralarge e un bel boccale da litro?”. I più raffinati si ricordavano di aver sentito parlare della fantomatica “carbonade flamande”. Per il resto, tabula rasa, zero di zero, nessun segno di vita…

Poi è arrivata la “rivoluzione”. Nuove birre, ma soprattutto curiosità pionieristica ed entusiasta da parte di una giovane generazione di cuochi che si è lanciata in marinature, gelatine, aromatizzazioni e chi più ne ha più ne metta. Aprendo una strada che sembra recare soddisfazione non solo ai consumatori, ma anche ai titolari. Adesso non ci metteremo a fare l’analisi del fenomeno e non abbiamo intenzione di esporci in profezie sulla durata e la solidità del fenomeno. Preferiamo raccontare un’esperienza personale, confidando nel motto “le parole possono convincere, ma l’esempio trascina”, ovvero la cena-degustazione-simposio culturale che abbiamo vissuto a Bruxelles alla corte di Alain Fayt e del suoRestobieres al 32 di rue des Renards.

Conoscevamo la fama di Restobieres e della sua cucina tutta intessuta della presenza di infinite specialità birrarie. Ma l’approccio con il suo vulcanico titolare, Alain Fayt, ci ha spalancato le porte di un mondo incantato dove materie prime (alimentari ovviamente) ed etichette di birra ti girano intorno così velocemente che si rischia quasi di rimanerne tramortiti. Monsieur Fayt è uomo di sostanza, in senso fisico e in senso gastronomico. Con la birra ci cucina più o meno qualunque cosa, ma ha dalla sua una conoscenza enciclopedica del mondo delle birre. Ergo, sapendo di fermentazioni e stili, di sfumature e persistenze, riesce sempre a imbroccare la specialità più adatta al piatto che prepara. Piatti onesti, nel senso di privi di fronzoli assurdi, e diretti, nel senso che non serve uno psicanalista al tuo fianco per comprenderli. Dal maiale ai funghi e Rochefort all’agnello alla Moinette, passando per il pollo alla bière blanche. Una soddisfazione completa dal primo all’ultimo minuto. Soprattutto, la certezza comprovata che, davvero, non c’è carne, pesce o verdura che possa non trovare nelle birre la compagnia più adatta. E’ chiaro che in Belgio sono favoriti da una lunghissima tradizione e varietà, ma trovare un maestro a poco più di un’ora di volo dall’Italia merita quantomeno la segnalazione. Perché, avrete ormai compreso che questo post è un benevolo spot per Alain e la sua cucina. Che, da qualche mese è anche condensata nel testo (in francese) di cui vedete la copertina.

Testi a cura di Maurizio Maestrelli