Il canto della sirena… (Seconda parte)

Il logo dei Danske Ølentusiaster

Seconda giornata di Copenhagen… Il tempo è tipicamente nordeuropeo: si rannuvola, piove, esce un pallido sole, si rannuvola, piove, esce un pallido sole… Beh, in fondo non siamo qui per l’abbronzatura e di ombrelloni ne vedremo pure troppi questa estate. Andiamo comunque a vedere il mare, risalendo un canale che una volta identificava il vecchio porto, zona dalla quale era bene un tempo stare alla larga, ma che oggi identifica una promenade fatta da un susseguirsi di case colorate e relativi ristorantini dove bere birra e provare qualche specialità danese.

L’acqua che circonda la capitale danese comunica una sensazione di freddo intenso, non così invece il centro storico e i giardini di Tivoli, una sintesi tra un luna park, uno spazio verde e un’area dedicata alla ristorazione. Ci si passeggia all’interno tra profumi di zucchero filato, urla di ragazzini “sparati” alla massima velocità sull’ottovolante (la tentazione era forte, ma ho evitato di dare spettacolo consapevole che il mio fisico ormai impedisce la corretta chiusura della barra di sicurezza) e gruppi di clienti in dubbio su quale ristorante scegliere. A due passi si trova il municipio e la statua dedicata ad Andersen, tuttavia la direzione è quella sbagliata se si vuole andare al Copenhagen Beer Festival. Ci incamminiamo quindi con passo da maratoneti e dapprincipio ci sembra di essere gli unici a voler raggiungere il festival. Non è così ovviamente perché all’ingresso si è già formata una consistente fila in attesa dell’apertura cancelli e questo nonostante la pioggia sottile e obliqua che scende con una certa fastidiosa regolarità. Noi però bypassiamo la fila, forti dell’invito e della pre-registrazione. Abbiamo tempi stretti se vogliamo prendere l’aereo che ci riporterà a Milano e approfittiamo biecamente dello status… L’interno è una specie di grotta di Aladino dove si aggirano i volontari del Danske Ølentusiaster, l’associazione che organizza da anni l’evento. Si fanno le presentazioni di rito in un silenzio quasi irreale, ma dura poco: il count down apre le porte a un vero e proprio fiume di persone. Venti minuti e il grande padiglione è stipato. Una scena incredibile…

Siamo fortunati: il nostro anfitrione è Laurent Mousson, svizzero e giramondo, grande cultore delle birre e giudice internazionale. E’ anche una vecchia conoscenza perché alla fine dei conti il mondo della birra è più piccolo di quanto si creda. Laurent oltre a una conoscenza enciclopedica, ha dalla sua anche le dimensioni adatte per non passare inosservato e per frangere gli addensamenti umani come un rompighiaccio. E’ lui che ci fa aprire gli occhi anche su un altro aspetto delle birre danesi. Quelle cioè che non cercano l’iperbole luppolata a tutti i costi, ma piuttosto la bevibilità senza per questo difettare in originalità. Proviamo una cosa stranissima: una weizen scura, di bassa fermentazione, con malti affumicati e una gradazione alcolica di soli 2,4% vol. In pratica la negazione di molte regole canoniche acquisite negli anni. Per la cronaca, la birra si chiama Skibsøl e la produce la danese Bryggeriet Refsvindinge. Mi è piaciuta talmente tanto che, mentre stavamo per uscire e con la scusa di dover andare in bagno, me ne sono preso un altro bicchiere. Formidabile!

Ma il giro ci propone altre amenità che la dicono lunga sullo slancio quasi poetico di questi giovani birrai “vichinghi”. La Bøgedal Bryghus, ad esempio, produce delle birre a tiratura limitata e irripetibile. Finita la cotta, grande o piccola che sia, finita la birra. Le loro proposte sono in effetti numerate e le ricette cambiano continuamente. In pratica, a parte la sensazione di mangiarsi l’ultimo dodo del pianeta, un calcio negli stinchi alla regola base della birra e del commercio in generale che si basa sulla fidelizzazione dei clienti in base alla ripetibilità del prodotto e al mantenimento degli standard qualitativi. Qui invece la fidelizzazione la ottengono con il processo contrario ovvero sorprendendo ogni volta il cliente con un prodotto nuovo e, in parte, frustrandolo nel suo naturale desiderio di affezionarsi a qualcosa. In questo caso, a una birra….

Non c’è tempo tuttavia per approfondire troppo, se perdiamo il contatto con Laurent siamo spacciati. La gente ormai si muove in sincrono come un unico, enorme, essere vivente. Se sei nella corrente giusta procedi, in caso contrario puoi anche piantare una tenda e attendere i soccorsi. S’incontra qualche vecchio amico, si butta l’occhio su etichette e grafiche coloratissime come dei murales fatti però da degli artisti, si assaggia, forse per la prima volta nella mia vita, una steinbier “alla pietra lavica”. Le steinbier sono uno stile tedesco, ma sembra anche scandinavo, e antichissimo per il quale si usava buttare delle pietre roventi nel mosto al fine di raggiungere la temperatura di fermentazione. Il calore delle pietre provocava anche una certa caramellizzazione che diventava una tipica caratteristica organolettica della birra “alla pietra”.

Lasciare il Copenhagen Beer Festival è stato come lasciare, il giorno prima, la Copenhagen Beer Celebration. Quasi doloroso. Solo quando siamo all’aeroporto, in fila per il check in, sentiamo di avere in tasca qualcosa… Sorpresa! Sono quasi una decina di gettoni che servono per gli assaggi di birra. Ne abbiamo per entrambe le manifestazioni. Perfetto! In questi tempi di crisi economica sarebbe immorale buttarli via… Hanno un valore… Sembra proprio che dovremo tornare a Copenhagen il prossimo anno. E’ un sacrificio certo, ma lo facciamo per l’economia, per dare l’esempio, per il riciclaggio della plastica… Insomma, ci siamo capiti….

Testi a cura di Maurizio Maestrelli