Diavolo d’una birra… e d’una birreria!

L'ingresso della Duvel Moortgat

La prima volta che ho bevuto una Duvel mi ha fatto ondeggiare. Esatto, proprio ondeggiare. Ero da qualche parte in Belgio e guidavo lungo una strada, mi sembra, di campagna. Tappa a metà mattina in un anonimo bar e decisione, non molto meditata a dire il vero, di ordinare proprio la birra “del diavolo”. Perché Duvel questo vuol dire in fiammingo. Che dire… L’ho trovata immediatamente molto buona per quella straordinaria armonia di aromi alla quale faceva seguito un corpo pieno, stolido ma tuttavia avvolgente. Avvolgente fin troppo considerato che, alzatomi in fretta per ripartire, le gambe ebbero un cedimento improvviso. Causandomi, per l’appunto, un leggero mal di mare.

Gli inglesi forse direbbero che la Duvel è “dangerous drinkable”, ovvero pericolosamente beverina. Fatto sta che, quando mi è stato possibile andare a visitare la birreria Duvel Moortgat insieme ai miei colleghi di giuria del Brussels Beer Challenge, non me lo sono fatto ripetere due volte.

Visita con tanto di abbinamento birre-formaggi, alcuni azzeccati altri meno. Su tutti proprio la Duvel e ilComté, formaggio di latte vaccino e d’origine francese. Ma quale Duvel? Già perché se noi italiani siamo ormai abituati a vedere questa “golden strong ale” anche nei nostri locali, in Belgio la Duvel ha diverse declinazioni. In primis la cosiddetta “etichetta verde” che non è altro che la classica Duvel non rifermentata in bottiglia. La “verde” fu creata intorno agli anni Sessanta per essere usata come grimaldello nei mercati anglosassoni e in funzione della mescita alla spina. Tuttavia oggi esiste anche la Duvel Tripel Hop. Birra dal packaging elegante e dalla ricetta insolita, cambia evidentemente ogni anno e rappresenta un interessante variazione sul tema Duvel. Quella provata nella taproom della birreria aveva nel luppolo Citra la sua firma. A mio gusto, un pochino troppo calcata…

Terminata, a malincuore perché ci sono poche cose più goduriose di “birra e formaggi”, la sessione di abbinamenti, ci siamo dedicati alla visita. Mi piace sottolineare il dato dei visitatori annuali a questo birrificio: circa 25mila presenze. Un numero di tutto rispetto che, da un alto, certifica la possibilità di stimolare un “turismo della birra” e dall’altro apre una nicchia di fatturato per i birrifici più accorti e ospitali che, naturalmente, oltre che di taproom si sono dotati pure di beershop.

Servono novanta giorni alias tre mesi per produrre una Duvel. Il lievito, raccontano gli anfitrioni, è stato selezionato quasi una novantina d’anni fa in Scozia e da allora è sempre rimasto lo stesso. I luppoli sono Styrian Goldings e Saaz Saaz. L’acqua arriva da una fonte di proprietà nascosta una sessantina di metri sottoterra.

Il risultato è una birra dal colore dorato carico e brillante, una formidabile testa di schiuma candida e quasi pannosa. Note fruttate e di cereali, una delicata luppolatura floreale e poi il famoso impatto “ondeggiante” dei suoi 8,5% vol. Poco importa che in origine fosse una birra, lievito a parte, molto diversa da quella che beviamo oggi. La storia infatti dice che questa ale fosse stata chiamata “Victory” in onore della vittoria alleata durante la Prima Guerra Mondiale. Nella sua carta d’identità infatti l’anno giusto è il 1918, mentre è solo nel 1923 che la “Vittoria” si trasforma nel “Demonio”.

C’è poco da cercare motivazioni psicologiche in questo cambio di nome. E’ tutto merito di una battuta fatta da uno dei primi assaggiatori. Di certo il nome ha portato fortuna e, pensandoci bene, pure qualche imitazione. La Duvel resta comunque un prototipo, una sorta di parametro stilistico al quale tutti guardano. Anche se poi vogliono fare una birra diversa: migliore, in qualche caso, peggiore, nella maggior parte di essi. Nome infernale a parte siamo sicuri che, ogni tanto, anzi abbastanza spesso, godersi in quel bicchiere iconico una Duvel alla giusta temperatura sia “cosa buona e giusta”. In fondo, per noi cattolici esiste pur sempre il sacramento della confessione…

Testi a cura di Maurizio Maestrelli