I belong to Glasgow…

The Horse Shoe Bar

Bei tempi. Ovvero quelli in cui mi riusciva di andare nel Regno Unito più spesso. Oggi faccio un po’ fatica. Mica per l’età perché alla fine si tratta d’incastrarsi (letteralmente) negli angusti sedili di un volo low-cost, sopportare quasi due ore di lamenti e urla dello scannato pargolo di turno e scansare, di solito fingo un sonno simile al coma vegetativo, la lotteria in fase di atterraggio. No, oggi faccio fatica perché devo lavorare per poi pagare le tasse. Che sono talmente alte che mi impediscono di andare in UK spesso quanto vorrei.

Certo, ogni tanto penso che potrei trasferirmi in UK, lavorare come faccio qui ma, pagando meno tasse, permettermi di tornare in Italia spesso quanto voglio (a parte la domanda: “Ma quanto lo vorrei?”). Tuttavia per ora mi accontento di accettare al volo gli inviti che mi arrivano da Oltremanica e l’ultimo in ordine di tempo mi è arrivato dalla Scozia e, per la precisione, da Glasgow.

Ora, io a Glasgow credo di aver messo piede solo all’aeroporto per poi dirigermi altrove (dove, non mi ricordo) per cui ho pensato che fosse un’ottima occasione per andare a visitare la Wellpark Brewery, storica birreria dell’altrettanto storica Tennent’s (no, non la Super, ma quella scozzese per davvero) e approfittarne per fare un rapido giro in qualche buon pub. A questo proposito devo spendere due parole per l’ormai arcinoto “social network” conosciuto da tutti come Twitter. Non sono uno che impazzisce per il mezzo, non lo uso per autopromozione ossessiva delle mie presunte qualità, non mi faccio fotografare insieme ai Vips di turno (siano chef, giornalisti, birrai, sommelier e compagnia danzante), ma è bastato porre a semplice domanda “Sono a Glasgow. Dove vado a bere?” e sono stato sommerso di risposte interessanti. Meglio di qualsiasi guida cartonata. Mi bastava andare a verificare che il profilo di chi mi rispondeva non fosse quello di un serial killer o, peggio ancora, del presidente della locale sezione degli Alcolisti Anonimi e ecco fatta la scaletta per un paio d’ore a tutta velocità ma di liquida soddisfazione.

Prima tappa, ramingo come Aragorn ma meno sexy (spero che i fan del Signore degli Anelli apprezzino…), il Blackfriars Pub. Posto oscuro, fuori, e luminoso dentro. Spine un po’ per tutti i gusti, una manciata di real ale tra cui un’ottima Iceberg della Titanic Brewery, e lager internazionali come Heineken. E come Birra Moretti che sembra, da questa indicazione ma anche da chiacchierate serali con gente che ne sa, aver messo fuori la testa per bene nel mercato anglosassone dove bere birre italiane è più cool che mai. Ora, siccome non posso fare tutte le cose che ho scritto nelle prime righe (strizzarmi dentro un sedile, etc…) per bermi una birra che potrei bere tranquillamente a casa mia, ho scelto la Iceberg. Che mi ha colpito, ma non affondato, per delicate e agrumate note di luppolo con un corpo che scorreva via leggero e rinfrescante.

Non che a Glasgow, in questo periodo, ci sia bisogno di rinfrescarsi artificialmente. La città offre svariati modi per trovare naturale refrigerio. Ci si può ad esempio esporre ai crocevia per sentire il vento delle Highlands nelle gengive (soprattutto se state parlando con qualcuno) oppure ancora più semplicemente apprezzare il ticchettio della pioggia sulla testa che vi darà modo di pensare di avere una bomba a orologeria nel cranio.

Se il Blackfriars aveva un’aria vagamente carbonara (nel senso di riunione non in quello della forchettata), la tappa successiva, fatta in gruppo, è stata quasi istituzionale. Il The Horse Shoe Bar è il pub che ti aspetti quando ti spiegano cos’è un pub. Bancone disegnato a isola, dalla costa a insenature, in centro, diversi punti di spillatura, gente mista e variegata, birre alternate anche qui tra piccoli produttori, spillati nella vecchia maniera, e marchi internazionali inclusa la birra più bevuta in città. Che è, per l’appunto, la Tennent’s.

Ultima tappa, infine, per il Bon Accord leggermente defilato rispetto al centro città. O, perlomeno, rispetto alle vie dello “struscio” e dello shopping. Ci arriviamo in pochi, ovvero in due, e quasi all’orario di chiusura. Ma abbiamo il tempo di accomodarci al bancone con una bella pinta di Deuchars Ipa in mano. Il locale, che a sentire il nome farebbe prevedere una serata a base di escargots e Chardonnay, è in realtà un pub di tutto rispetto e senza alcun francesismo, nome a parte. Il banco è lungo e ospitale come deve essere, il locale piuttosto ampio, la scelta birraria davvero interessante e a noi dispiace un po’ buttarci su una ale già conosciuta e non investire i pochi minuti che abbiamo per sperimentare. Ma, come mi capita sempre più spesso, mi piace ritrovare vecchie conoscenze e concedermele senza ansie da esploratore birrario o “fame chimica” per l’ennesimo badge su Untappd che, per i profani è un’App dove si possono recensire birre e ottenere, appunto, questi badge che fanno un po’ i vecchi gradi che ti dava l’Associazione delle Giovani Marmotte ovvero la versione sedentaria dei Boy Scout.

Il giro di Glasgow termina qui purtroppo. Quanti altri pub avrei potuto/voluto vedere? Parecchi altri, senza dubbio. I consigli via Twitter non sono mancati e neppure quelli in loco. Ma il tempo era quello che era. Tuttavia, dopo questa visita a Glasgow, anch’io mi sento di cantare una vecchissima canzone popolare, una vera “drinkin’ song” pre-durante-post pinta:

I belong to Glasgow  

"But when I get a couple o’ drinks on a Saturday, Glasgow belongs to me!”.

Testi a cura di Maurizio Maestrelli