Stoccolma: itinerario alla birra (seconda parte)

Bancone e spine (di design) all'Oliver Twist

A Stoccolma è di dovere una visita  in quelli che sono i suoi due locali birrari più famosi. Effettivamente nelle due guide di cui ci eravamo muniti non comparivano, ma tant’è… Dopo quindi aver ammirato lo straordinario arcipelago su cui si trova la capitale svedese (e aver fatto due calcoli per l’eventuale trasferimento una volta raggiunta l’età pensionabile), aver percorso le stradine di Gamla Stan, centro storico di notevole fascino, e aver infine sostenuto per qualche minuto lo sguardo indagatore di un enorme bisonte europeo a Skansen, abbiamo deciso di approcciare, in prima battuta, l’Oliver Twist, pub noto tra i beer hunters perché punto di riferimento in terra svedese per il Camra, ha un discreto numero di real ale, ma anche splendido biglietto d’ingresso nel mondo della birra svedese.

Che, appoggiati al bancone in ammirazione delle decine di spine, si scopre essere molto più articolato di quanto si potrebbe supporre dall’Italia. Il consiglio è quello di andarci in versione “happy hour” ovvero per l’aperitivo e questo perché la cucina è limitata a qualche appetizer, di qualità, ma anche di prezzo. Concentratevi allora sulle birre in maniera scientifica, superando le difficoltà di pronuncia (la lingua svedese non è proprio facilissima…) e ricorrendo al linguaggio universale dei gesti: dito indice puntato sulla spina e sguardo con sopracciglio alzato. Una volta “battezzati” all’Oliver sarà semplicissimo mettere in moto lo strumento di locomozione del quale siamo dotati dai tempi di Adamo (i piedi) e tornare in Gamla Stan per un locale che potrebbe ingannare dal nome. Si chiama infatti Glenfiddich Warehouse e, sì, di single malt rari ne troverete quanti ne volete. Tuttavia il posto è fantastico per la cucina (il filetto di alce è una delizia assoluta e se pensate che sia da “cattivi” mangiare l’alce ci dispiace per voi…) e per le birre. Ampia scelta di svedesi naturalmente, ma presenza anche di americane, belghe, tedesche… La renna è un altro piatto che ci sentiamo di consigliare, proposto in diverse versioni (tutte con il beneplacito di Babbo Natale che qui, lo sanno tutti, ha da tempo scelto la motoslitta per le sue consegne)…

Completamente soddisfatti, infine non resta che proseguire per la tappa numero tre. Lo strafamoso, stracitato, straqualunquecosavogliate, Akkurat. Senza dubbio il pub, ma è riduttivo chiamarlo così, più famoso in terra svedese. Dell’Akkurat sapevamo, per sentito dire, che possedeva una cantina di birre vintage da far paura, che il leggendario Cantillon, padre di tutte le fermentazioni spontanee, produceva una birra solo per lui, che la selezione alla spina era impressionante, che si poteva cenare e che la musica dal vivo e di qualità non mancava. “Promesse” tutte rispettate tranne una. Quando abbiamo varcato la soglia infatti, si stava esibendo alla grande una band rhythm ‘n blues dagli Usa, la calca era da record della cabina telefonica, le spine viaggiavano “molto rhythm e poco blues”, la cantinetta vintage ti incantava come il monolite nero di 2001 Odissea nello spazio e la cucina (ebbene sì, siamo anche riusciti a trovare posto) aveva tutto il fascino della tradizione svedese con ottima mano e sprazzi di originalità. Mancava, purtroppo, la “speciale” di Cantillon, ma ce ne siamo fatti una ragione davanti a un filetto di merluzzo che disintegrava in un nanosecondo il ricordo delle tonnellate di Bastoncini del Capitano che ci siamo sgranocchiati da ragazzini (non imparando nemmeno a governare un pattino, figuriamoci una barca a vela), oppure alle magnifiche aringhe del Mar Baltico. Esatto le aringhe, che a noi italiani potrebbero parere più adatte a sfamare un gatto che un amico, da queste parti sono buonissime: tenere, saporite, deliziosamente aromatizzate con salsine a base di senape e di aneto. Abbiamo ovviamente bevuto molto bene, alternando svedesi a scozzesi (sempre di birre stiamo parlando, è chiaro?) e siamo usciti quasi con il magone per il fatto che l’Akkurat non è ancora raggiungibile con la metropolitana milanese (ma, in vista dell’Expo 2015, nutriamo delle speranze…).

Ci siamo infine tornati il giorno dopo, quasi sul fotofinish per poter prendere il pullmann che ci riportava all’aeroporto. E la sensazione è diventata una certezza: la mia Top Ten dei pub all’estero sta già scricchiolando. Poco male, al freddo e inscalfibile granito preferisco da sempre il magma bollente. Il tempo di una birra prodotta solo per loro e, guarda caso, l’Oliver Twist e l’aereo stava già decollando.

Testi a cura di Maurizio Maestrelli