Accise, l’Italia non è un paese virtuoso

La pressione fiscale che grava sulla bevanda al luppolo non accenna a diminuire. Negli ultimi due anni i produttori hanno visto aumentare le imposte del 30%. In Europa c’è chi sta peggio, ma soprattutto chi meglio

 

In Italia la birra piace a un italiano su due, forse, meno al fisco che continua a tartassarla. Fino al punto che le accise che gravano sulla bevanda al luppolo finiscono quasi per essere considerate un anomalo ‘italian job’. Se si considera, infatti, l’imposta di fabbricazione applicata in altri paesi del Vecchio Continente, il Bel Paese è tra quelli più propensi a far cassa tramite la categoria. E così, a farne le spese, è tutta la filiera: a partire dai produttori ed esercenti pubblici che si vedono obbligati ad alzare i listini, per il dispiacere delle tasche dei consumatori. Ma analizziamo i numeri: secondo uno studio condotto da Assobirra e Format Research, in Italia le accise nel periodo tra ottobre 2013 e gennaio 2015 sono cresciute del 30%, e nelle casse dell’erario sono finiti 37 centesimi per ogni litro. Fanno meglio, anzi peggio, in Finlandia, dove si raggiunge una tassazione record pari a 1,56 euro, mentre i cugini svedesi pagano 92 centesimi. Anche i birrifici inglesi non se la passano poi così bene, dovendo aggiungere 1,15 euro per ogni singolo litro di lager prodotto. L’Olanda viaggia sui nostri stessi livelli (0,38 euro), così come la Francia (0,35) e la Grecia (0,31). In tutti gli altri paesi dell’Eurozona, le tasse sono più calmierate. Interessante notare che, nelle realtà dove per tradizione si beve molta birra, le aziende del settore dormono sonni più tranquilli: in Germania l’imposta non supera gli 0,09 euro, mentre nella Repubblica Ceca l’esattore delle tasse bussa alla porta dei birrifici chiedendo solo 0,06 euro per litro. 

Testo a cura di Gaetano Belloni

[Photo credits: Assobirra]