Una birra con Benedetta Gargano, tra stoviglie e tastiera

La donna che ho il piacere di intervistare oggi, per il nostro consueto appuntamento mensile, è un concentrato di energia positiva; basta leggere anche solo poche battute per ritrovare il sorriso e per chi, come lei, con le parole ci lavora è la dimostrazione di un grande talento. Benedetta Gargano è una sceneggiatrice, dopo aver frequentato la prestigiosa Scuola Holden è tornata con orgoglio a Napoli, sua città natale, e qui lavora ormai da tantissimi anni in rai, dando vita a idee e intuizioni sul set di “Un posto al Sole”. Nel poco tempo libero che riesce a ritagliare si diverte ad essere l’autrice del blog “La gastronomica volante Stanislavski”, una raccolta di ricette e racconti, spaccati di vita quotidiana e aneddoti. Oggi sorseggeremo una birra con lei e iniziamo così la nostra chiacchierata.

 

Ciao Benedetta, ho pensato a lungo a come avrei potuto presentarti e la prima cosa che mi è venuta in mente è che sei diventata per chi ti segue “Benussi’, la nipote”. Iniziamo proprio da qui, da quell’hashtag #ioamomianonna che tanto ci fa sorridere e che vorrei ci raccontassi.

 

Mia nonna è approdata qui da noi il 15 settembre 2014 perché per me era inammissibile che finisse i suoi giorni in una casa di riposo. Così ci siamo stretti ancora di più in una casa già piccola (- Bennussi’, senti a nonna tua, voi questa casa l’amate tanto, non cercatene un’altra a causa mia. Tanto io quanto ancora posso vivere? Quattro, cinque anni al massimo…) e ci siamo preparati psicologicamente a qualche anno di sacrificio, perché è inutile prendersi in giro, accogliere nella propria vita una donna che ha quasi cento anni questo è, un sacrificio. E invece, contro ogni previsione, avere la nonna in casa si è rivelata un’opportunità. Stando qui, mia nonna ha scoperto il mondo. Un mondo dal quale, negli ultimi anni, tutti l’avevano tenuta lontana pensando che non le interessasse. La nonna ha scoperto le infinite possibilità della tecnologia (certo, continua a chiamare DAIPAN l’iPad, ma che importa), ha imparato a mangiare cose mai assaggiate prima, ad amare Breaking Bad (e poi mi meraviglio che non le piaccia Un posto al sole), a destreggiarsi con i social network. A un certo punto ho pensato che la sua storia meritasse di essere raccontata e così ho cominciato a riportare le sue battute fulminanti su facebook. Poi, per poter ritrovare tutti i post che la riguardavano e impedire che si perdessero nel mare magnum dell’internet, ci ho aggiunto l’hashtag #ioamomianonna. Ma non è affatto detto che la cosa finisca qui.

 

Sei riuscita a farci innamorare di tua nonna, l’hai fatto grazie al grande talento della scrittura; non è un caso che tu sia una delle sceneggiatrici della più longeva e famosa soap opera italiana, “Un posto al sole”. La domanda potrà apparire banale, lo è, ma ho il dovere di farla, perché sono curiosa di conoscere la risposta: come nascono per te le storie che poi vediamo in tv? Hai mai avuto un’idea brillante sorseggiando una buona birra?

 

L’ispirazione arriva da qualsiasi cosa. A volte dalla cronaca, a volte da un libro, ma anche da una conversazione avuta al bar con un conoscente. Ormai, dopo vent’anni di scrittura, sono i personaggi stessi a far nascere le storie; il loro carattere, il loro vissuto, in qualche modo indicano una strada che è impossibile ignorare. Noi sceneggiatori ce ne prendiamo cura come se fossero persone di famiglia. Quando ho cominciato a lavorare, nel mio immaginario la scrivania di uno scrittore doveva avere come irrinunciabile corredo un posacenere ricolmo di mozzoni e un bicchiere sempre pieno di qualcosa di alcolico. Con il passare del tempo mi sono ravveduta e il posacenere è stato bandito da almeno un decennio, però guai a chi mi toglie la birra, specialmente quando la giornata sta per finire ma quella lavorativa è ancora nel vivo. Di idee, non so se brillanti, me ne sono venute molte mentre ero in quello stato di piacevole rilassatezza che la birra regala, ma ahimé, tutte un po’ troppo sopra le righe per i nostri standard, e quindi non utilizzabili.

 

Una delle tue grandi passioni è la cucina,  “La gastronomica volante Stanislavskij” è il tuo blog, una raccolta di ricette e pensieri legati alla quotidianità. Hai mai cucinato usando la birra come ingrediente o abbinandola a un piatto in particolare?

 

I miei primi esperimenti con la birra risalgono agli anni novanta, quando ritagliai una ricetta per un pane alla birra e basilico da Elle. Fu un fallimento totale. C’è voluto un po’ per decidermi a fare nuovi tentativi che, fortunatamente, sono stati più felici. Un classico invernale è lo stinco di maiale brasato alla birra che preparo nella slow cocker la mattina, prima di andare in rai, e trovo pronto per la cena. Ma il consorte apprezza molto anche un cake salato con birra e cipolle, un piatto decisamente nordico che gli ricorda la Francia e la famiglia materna.

 

Sappiamo che in questo periodo stai seguendo una dieta, un regime alimentare controllato che sicuramente contempla delle privazioni; se ti fossero concessi tre piatti con cui trasgredire, cosa sceglieresti?

 

Io dico sempre che la mia dieta è diversa perché mi permette di mangiare pietanze gustose e molto varie, ma le tentazioni ci sono sempre. I tre piatti che sogno anche la notte sono i crocchè di besciamella che mi preparava la nonna (e che io non so fare altrettanto bene), gli arancini di riso e la mozzarella in carrozza. D’altra parte a casa mia si dice che fritte siano buone anche le suole delle scarpe.

 

Hai vissuto a Torino dove hai frequentato la Scuola Holden e ora vivi nel bellissimo capoluogo campano: dove consiglieresti di sorseggiare una fresca birra in due luoghi che ti sono particolarmente a cuore in queste città?

 

Ho lasciato la mia casa di Piazza Cavour, a Torino, nel 1996 e quindi non sono così ferrata sulle ultime aperture, però un posto che amavo molto, e che c’è ancora, è Michele, la piccola pizzeria di Piazza Vittorio dove la pizza è preparata nella teglia monoporzione. A Napoli invece il mio locale del cuore è Ba-bar, in via Bisignano. Un kitchen bar dall’arredamento vintage particolarmente ricercato, dove c’è sempre bella musica e dal quale non vorresti mai andare via.

Testo a cura di Francesca D'Agnano