Il metodo steinbier: la birra fatta con le pietre

 

Una gabbia di pietre arroventate pronta per l'immersione nel mosto di birra: oggi vi parleremo proprio di questo, di una delle declinazioni della produzione di birra più affascinanti. Non uno stile, bensì un metodo. Racchiuso nel termine “steinbier” ci sono, infatti, un intero mondo e una fetta importante della storia della bevanda. Immaginate di far cuocere il mosto fatto di cereali, acqua e luppolo immergendo nell'amalgama pietre roventi per portarlo alla giusta temperatura, senza una fiamma sotto al capiente pentolone.

Dal Medioevo in poi, infatti, in mancanza delle moderne attrezzature, non era semplice dar vita alla “cotta” per grandi quantità di birra. Venne adottata dunque la geniale soluzione di utilizzare pietre – in tedesco stein, da qui il nome del metodo – fatte arroventare (anche fino a oltre 1000 gradi) e poi immerse nel mosto per portarlo a bollitura. A seconda dei tipi di legno utilizzati per il fuoco cambiava il gusto (gradevolmente affumicato e comunque sempre caramellato a causa del contatto fra malto e pietre incandescenti) trasferito alla birra prodotta.

Una consuetudine dettata da un fatto culturale-geografico e da precise condizioni di carattere sociale: i recipienti in metallo della capacità sufficiente per “brassare” anche diversi ettolitri di mosto, non erano così diffusi fra i ceti meno abbienti. Così la birra vedeva la luce, soprattutto in ambienti rurali e a livello casalingo, direttamente nelle botti: non potendovi accendere sotto i fuochi, si elaborò l'idea di mettervi a bagno pietre arroventate nella brace di una stufa o di un camino.

Ovviamente non tutte le pietre sono uguali: è necessario sceglierle con cura, assicurandosi che reggano allo shock termico e non rilascino componenti minerali nel mosto. Arenaria o granito sono le qualità più utilizzate.